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30 Ottobre 2026

PA del futuro: il nuovo ammortizzatore sociale?

PA del futuro: il nuovo ammortizzatore sociale?

Una ricerca pubblicata da Citrini Research, una piccola società americana che si occupa di analisi economica e finanziaria per investitori, 🔗, ha suscitato parecchio scalpore in ambito economico e non solo. Citrini non è un’università, non è un centro studi pubblico: è una boutique che scrive report per chi deve capire dove andranno mercati ed economia. Anche The Economist ha dedicato, venerdì scorso, un articolo alla pubblicazione della ricerca “The 2028 Global Intelligence Crisis“, del 22/2/2026, Citrini e A. Shah, con l’articolo “A Viral research note on AI gets its economics wrong“, 25/2/2026, 🔗.

Nella ricerca si propone uno scenario retrospettivo: è stata scritta come se fossimo già nel 2028 e si stessero analizzando le cause storiche dell’inizio di una grande crisi.

L’idea, spiegata in modo molto semplice, è questa: l’intelligenza artificiale diventa così brava e così economica da sostituire milioni di lavoratori da scrivania. Le aziende risparmiano sugli stipendi e investono ancora di più in IA. La produttività aumenta. I profitti salgono. La Borsa festeggia.

Ma c’è un problema.

Le persone licenziate o pagate molto meno iniziano a spendere meno. E se la gente spende meno, l’economia rallenta. Si produce quindi di più, ma si consuma di meno. Un paradosso in senso economico.

Citrini chiama questo fenomeno “Ghost GDP”: un PIL fantasma. I numeri crescono, ma i soldi non circolano nelle famiglie.

È uno scenario estremo, dichiaratamente provocatorio. Non una previsione certa, ma un esercizio mentale: “E se andasse così?”

Fin qui, America, Silicon Valley, Nvidia, fondi di private equity.

Ma ora facciamo un salto. Torniamo in Italia.

Immaginiamo che lo scenario di Citrini diventi realtà. Nel privato volano licenziamenti: marketing, consulenza, finanza, programmazione. Gli algoritmi scrivono codice, fanno analisi, redigono report. Gli uffici si svuotano.

E cosa succede da noi?

Succede che tutti fanno la stessa cosa che fanno da quarant’anni: studiano per il concorso pubblico.

Perché se l’IA invade il settore privato, nel pubblico impiego italiano il tempo scorre con maggiore lentezza geologica. Diciamo che nel nostro paese il gap è approssimativamente di 50 anni rispetto al settore privato; quindi, chi legge ora può stare tranquillo: il problema probabilmente non lo riguarderà.

Nel mondo di Citrini le aziende tagliano personale e reinvestono in super-computer.
Nel nostro scenario parallelo, la PA continua a stampare moduli in triplice copia.

Nel report americano, le piattaforme digitali si autodistruggono perché l’IA elimina gli intermediari (Amazon, Booking, Uber, PayPal, ecc.). Nel nostro ufficio pubblico, il procedimento amministrativo è ancora un capolavoro artigianale.

Nel loro 2028 immaginario, l’algoritmo sostituisce il product manager da 180 mila dollari l’anno.
Nel nostro 2028 parodico, l’algoritmo prova a entrare in un ufficio pubblico italiano e si blocca davanti a una richiesta di marca da bollo…che non è possibile pagare in modo virtuale, ovviamente.

La vera ironia è questa: mentre il settore privato corre verso l’automazione totale, il pubblico impiego diventa il nuovo welfare. Nella trasposizione surreale nel 2028 l’impiegato pubblico non viene più assunto per lavorare, ma per mantenere una forza lavoro di base in grado di non azzerare la domanda di consumi interna. La sua assunzione diventa quindi un vero e proprio strumento di welfare. La produttività del lavoro nella PA diventa un concetto anacronistico e quindi disincentivata a qualsiasi livello. Ogni mansione deve essere eseguita nel più lento ed arcaico dei metodi: ecco il vero obiettivo che mantiene i posti di lavoro pubblici e quindi stabile la domanda dei consumi interni. Severe punizioni esemplari vengono impartite a chi cerca di introdurre qualsiasi forma di incentivazione della produttività all’interno dell’ambiente pubblico.

Non più il posto fisso come scelta di tranquillità, ma come scelta di sopravvivenza. Chi viene identificato come potenziale innovatore della PA deve essere immediatamente punito e isolato.

Se l’IA ottimizza tutto, elimina attriti, accelera processi, allora l’ambiente meno ottimizzato diventa – paradossalmente – il più resistente. Nel nostro scenario iperbolico l’impiegato pubblico più inefficiente e privo di sviluppo cognitivo diventa quello più pagato perchè in grado di mantenere una PA il cui unico ruolo è quello di fungere da ammortizzatore sociale.

In America la paura è: “E se l’intelligenza artificiale rendesse il lavoro umano meno necessario?”

In Italia potremmo porci un’altra domanda: “E se l’inefficienza diventasse un ammortizzatore sociale?”

È una provocazione, certo. Anche Citrini provoca.

Il punto serio però è questo: se la tecnologia riduce il valore del lavoro umano in alcuni settori, la questione non è solo economica ma sociale. Dove si ricollocano le persone? Chi paga il conto? E quanto può durare un sistema in cui la produttività cresce ma i redditi no?

Nel loro scenario la crisi nasce dall’eccesso di efficienza. Nel nostro, potremmo scoprire che l’assenza di efficienza non è una strategia di lungo periodo, ma solo un ritardo.

Perché prima o poi anche l’ufficio pubblico italiano scoprirà che l’IA può gestire pratiche, analizzare documenti, smistare richieste. E allora la parodia finirà.

La vera sfida non è scegliere tra Silicon Valley e sportello protocollo.

È capire come redistribuire valore in un’economia in cui l’intelligenza – quella artificiale – non è più un bene scarso.

Nel frattempo, saranno sempre maggiori i bandi di concorso con 120.000 candidati per 30 posti, con persone sempre più qualificate per posti di lavoro pubblici marginali e sottopagati. E i cittadini dovranno per ora e per sempre abituarsi all’attesa paziente dell’impiegato allo sportello pubblico, in barba a qualsiasi sbandierata semplificazione della burocrazia. Finchè, forse, a causa dell’IA e della crisi economica e sociale, l’intero mondo della PA sparirà per sempre. Tranquilli tutti, è solo pura trasposizione ironica, all’ambito pubblico, della ricerca Citrini.

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